Presto vi rendete conto che non avete via d'uscita.
Linda è completamente intrappolata nello spazio che si è venuto a formare tra trave, soffitto e totem. Tu, se avessi la forza e il tuo ginocchio non t'avesse abbandonato, potresti forse tentare di scavare nelle macerie o spingere quel che resta del soffitto, così da aprire un passaggio verso l'alto. Lassù, infatti, dev'essersi scoperchiato tutto: crollate le travi dell'hangar, ciò che resta dell'edificio è esposto al freddo autunnale che si insinua fino a voi tra gli anfratti, come la flebile luce del giorno.
Ma il tempo passa e voi ne perdete cognizione, in un attimo piombate di nuovo nel buio profondo.
Nessuno è venuto a vedere il disastro, nessuno verrà a cercarvi… o se succederà, sarà l'O.P. e non la K. Che ne è dell'associazione? Quanti si sono salvati, quanti sono finiti vivi nelle mani degli aguzzini? Sono domande che non osate farvi.
La sopravvivenza – chissà per quanto ancora – è l'unica cosa che vi tieni occupati, insieme alla ricerca sempre più disperata di una via di fuga. Centellinate le poche barrette e le bottigliette d'acqua che avete a disposizione, trovate nelle giacche e nel totem; le usate persino, le bottigliette, per raccogliere la pioggia che in qualche punto ha preso a colare fino a voi. Attraverso la feritoia vi passate questi preziosi elementi e, ancora più importante, vi date coraggio con lo sguardo e con le mani che si intrecciano ogni volta.

È forse il terzo giorno di prigionia, hai tentato inutilmente di smuovere dei blocchi di cemento ed ora stendi la tua giacca sulle macerie, lasciandoti cadere in preda alla stanchezza e ai brividi di freddo.
Cerchi Linda e trovi la sua mano, anche lei si è seduta e appoggia la testa al cemento sotto la trave.
Ti accorgi con dolore che dal suo viso è sparita, per la prima volta, ogni traccia di ottimismo. Tutto in lei parla di sconfitta e disillusione.
D'improvviso realizzi che non ne uscirete mai più e un nodo ti opprime la gola. "Io volevo aiutarvi. Non volevo finisse così" riesci a pronunciare prima che la voce si rompa nel pianto.
Linda stringe più forte la tua mano e scoppia anche lei in lacrime.
Il dolore che ti avvolge l'anima però è più pungente del suo, perché sai qualcosa che lei ignora… sai che la colpa di tutto questo è tua. E infine lo confessi. Le dici ogni cosa, dallo sbaglio di farti vedere dai tuoi genitori – sei convinto sia nato tutto lì – all'incontro di te e Melissa con quello strano personaggio che, a ben pensarci, ti aveva insospettito. Linda non vuole crederci, ti dice che forse l'O.P. è arrivato a scoprire la discoteca per qualche altro motivo, non sei tu…
"Ho fallito e ho distrutto tutto!" insisti fra lacrime di rabbia e disperazione.

E come un nulla senza possibilità, come la morte del nulla dopo che il sole si è spento, come un eterno silenzio senza futuro e senza speranza, risuona dentro di noi il nero.
(W. Kandinsky, Lo spirituale nell'arte)

Credi che sia tutto finito? Già, probabilmente hai ragione.
Ma vuoi davvero arrenderti così? Sei sicuro sicuro sicuro che non ci sia nessuna possibilità di salvarvi? Non sarà il senso di colpa che ti taglia le gambe ed i pensieri?
Forse puoi cercare meglio e trovare in te le risorse per affrontare la situazione e uscire di qui.

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